Marche, non solo Verdicchio

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Parlare di vini delle Marche vuol dire inevitabilmente fare riferimento al Verdicchio. Anche se in realtà il vitigno è uno, ma i vini sono due: il Verdicchio dei Castelli di Jesi e il Verdicchio di Matelica.

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Prima di soffermarci sulle differenze, dobbiamo dire che stiamo parlando di uno dei bianchi più famosi e importanti d’Italia anche se è coltivato in un territorio piuttosto ristretto, nelle province di Ancona e Macerata, in particolare nella zona collinare tra Jesi e Matelica. Il suo nome deriva dal colore degli acini e ricerche sul DNA hanno messo in luce alcune somiglianze con il Trebbiano di Soave.

È un vitigno di buona produttività e maturazione piuttosto tardiva, che dona vini di buona struttura, con bouquet fruttato, vivace freschezza, vena sapido-minerale e finale leggermente ammandorlato. È un vitigno molto versatile, con cui si possono produrre dagli spumanti Metodo Classico ai passiti. Inoltre, grazie alla notevole acidità di base, si presta all’invecchiamento, con interessanti evoluzioni verso note terziarie complesse
ed eleganti.

Il Verdicchio dei Castelli di Jesi è coltivato sui versanti verso il mare ed è caratterizzato da struttura importante e aromi di frutta matura, mentre il verdicchio di Matelica si distingue per una maggiore acidità, note più floreali e spesso delicate, tipiche di esposizioni in una zona più montuosa e fresca.

Anche se il verdicchio ha quasi interamente monopolizzato l’attenzione dei consumatori e dei produttori, per fortuna nelle Marche sopravvivono altri vitigni a bacca bianca.

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Il Biancame è coltivato soprattutto nelle province di Pesaro e Urbino ed è alla base (95%)
del Bianchello del Metauro Doc. È un vitigno poco conosciuto, ma antichissimo, probabilmente d’origine ellenica, appartiene alla vasta famiglia delle “uve greche”. Come molti vitigni autoctoni, ha rischiato l’estinzione e solo negli anni ’60 è cominciato un percorso di recupero e valorizzazione. Il Biancame è un vitigno vigoroso e molto produttivo, che predilige le esposizioni collinari con clima secco e ventilato. Il vino ha un colore giallo paglierino scarico, è fresco, con aromi di frutta bianca, delicata aromaticità e una caratteristica nota speziata.

Altro vitigno a bacca bianca storicamente presente nella zona di Macerata è il Maceratino, conosciuto anche come Ribona o Montecchiese. Le sue origini risalgono alla colonizzazione greca, ma oggi è quasi del tutto scomparso, soppiantato dal successo del Verdicchio. Tradizionalmente era allevato maritato all’acero, secondo l’antica usanza
etrusca e ancora oggi si trovano viti coltivate con questo metodo tradizionale. Viene vinificato sia in purezza, sia più spesso in assemblaggio, nella Doc Colli Meceratesi. Il vino ha un colore giallo paglierino chiaro, con delicati profumi floreali e agrumati, ha un gusto piuttosto semplice, piacevolmene fresco e fruttato.

Negli ultimi anni sono saliti alla ribalta altri due vitigni a bacca bianca coltivati nella zona di Offida, verso il confine abruzzese: il Pecorino e la Passerina. Rientrano nella Docg Offida e hanno riscosso un buon successo presso gli appassionati in
cerca di novità. Il Pecorino, nonostante sia un vitigno antichissimo e presente da sempre nel territorio del Piceno, era ormai quasi estinto. Il suo nome è legato a un territorio dedito all’allevamento delle pecore e alla transumanza. Solo grazie all’impegno di alcuni appassionati produttori è stato riscoperto e valorizzato. È coltivato in alta collina, predilige i climi freschi con buone escursioni termiche, dimostra una buona vigoria e resistenza.  Vinificato in purezza dona vini di grande carattere, di buona struttura, dagli aromi profondi, intensi, con bella mineralità e sapidità finale. Ha una buona acidità di base, che ne favorisce la propensione all’invecchiamento, con interessanti evoluzioni terziarie verso aromi complessi. Il vitigno Passerina ha trovato l’habitat ideale nelle zone collinari del Piceno. Anche la Passerina ha rischiato di essere completamente abbandonata in favore di vitigni più produttivi e facili da coltivare. La rinnovata attenzione nei confronti delle uve autoctone e la creazione della Docg Offida, ne hanno
sancito la riscoperta e il successo. Vinificato in purezza, regala vini interessanti, dagli aromi fini, delicati, con una piacevole freschezza fruttata e chiusura sapida. Per quanto riguarda i vitigni a bacca rossa, le Marche hanno due autoctoni dalla personalità veramente unica.

La Lacrima di Morro d’Alba è coltivata vicino ad Ancona, nell’omonimo comune di Morro d’Alba. Il nome Lacrima deriva dalla particolarità degli acini, che quando maturano tendono a rompersi facendo uscire delle gocce di succo. Le origini del vitigno sono molto antiche e sembra che abbia delle caratteristiche genetiche in comune con l’Aleatico. Si narra che fosse apprezzato addirittura da Federico Barbarossa, di stanza a Morro d’Alba al tempo dell’assedio d’Ancona. In passato era diffuso in diverse regioni  del centro e sud Italia, ma è stato via via abbandonato in favore di altre uve meno difficili da coltivare e commercialmente più redditizie. Solo negli ultimi decenni è stato riscoperto e il riconoscimento della Doc nel 1985, ne ha rilanciato la notorietà. È un vino assolutamente unico nel panorama dei rossi. Ha un profilo aromatico caratterizzato da profumi floreali di viola, rosa e note di piccoli frutti di bosco. Il gusto è armonioso, fruttato, fragrante, con tannini appena accennati e piacevole freschezza.

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Altro vitigno a bacca rossa dalle caratteristiche molto particolari è la Vernaccia di Serrapetrona. Coltivata solo in una sessantina d’ettari nei pressi di Serrapetrona, vicino a Macerata, è un’uva antica, che già nel Medioevo donava vini molto apprezzati. Con la Vernaccia di Serrapetrona si producono spumanti secchi e dolci dal bouquet profumato, con fragranze fruttate e note speziate. Il procedimento di produzione prevede ben tre fermentazioni, la prima con le uve appena vendemmiate, una seconda al momento  dell’aggiunta delle uve appassite e la terza per la presa di spuma in autoclave durante la spumantizzazione.

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