La storia dell’etichetta del vino

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L’etichetta è una vera e propria carta di identità del vino: è considerata lo strumento ufficiale per far sapere ai consumatori “chi è” il vino contenuto nella bottiglia.

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Su di essa sono riportate alcune indicazioni obbligatorie (denominazione, annata, grado alcolico, origine e provenienza, imbottigliatore, quantità, dicitura “contiene solfiti”), ed altre facoltative (colore vino, uvaggio, caratteristiche organolettiche, abbinamenti, temperatura di servizio).

L’etichetta del vino ha una storia molto più lunga di quanto si creda comunemente.

Per quanto riguarda l’antichità sarebbe più corretto parlare di “incisione”: la prima etichetta risale infatti agli antichi Egizi, che sulla chiusura delle anfore incidevano i dati relativi al contenuto, anno di produzione, provenienza e nome del produttore del vino.
Di questa sorta di etichettatura sono testimonianza le numerose anfore ritrovate nella tomba di Tutankhamon, deceduto nel 1323 a.C.

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Nell’antica Roma le anfore, dopo essere state sigillate, venivano incise con il nome del vino, dei Consoli e con il numero di anfore prodotte con quel determinato tipo di uve.

Il metodo dell’incisione venne utilizzato fino al 1600. Proprio in questo periodo in Inghilterra si incominciarono ad usare pesanti bottiglie di vetro prodotte da sir Kenelm Digby: tali bottiglie venivano chiuse ermeticamente con tappi di sughero ed erano utilizzate soprattutto per l’imbottigliamento di Champagne.
L’avvento delle bottiglie in vetro creò la necessità di una più precisa identificazione dei vini stessi: è così che nacque quella che comunemente oggi chiamiamo “etichetta”.
La più antica è sicuramente quella scritta dal monaco benedettino Dom Pierre Pérignon, il quale introdusse il metodo di vinificazione noto come Champenoise. Il monaco, per non confondere le annate e le vigne di origine, etichettò le bottiglie con una pergamena legata al collo della bottiglia con uno spago.

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Successivamente, verso la metà del Seicento, i nobili inglesi servivano il vino in caraffe ornate da una placca di peltro o di argento su cui era inciso il nome del contenuto. Essendo molto costosi, tali metodi di etichettatura vennero successivamente sostituiti da etichette di carta stampate con inchiostro nero: tra le più famose si ricorda quella di Claud Moët, oggi conosciuto come Moët & Chandon.

La svolta si ebbe nel 1796 con l’invenzione della litografia ad opera del cecoslovacco Alois Senefelder. Tale sistema dava la possibilità di stampare più copie della stessa etichetta, disegnando un bozzetto da riprodurre su pietra e facendo passare sopra quest’ultima un rullo inchiostrato.
Tuttavia l’inventore dell’etichetta come la intendiamo oggi sembra sia lo svizzero Henri-Marc, proprietario della Maison De Venoge, che nel 1840 propose le proprie bottiglie di Champagne con etichette illustrate simili a quelle odierne.

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Con lo sviluppo dell’industria del vetro e l’incremento dei trasporti, aumentò a sua volta la richiesta di bottiglie da vino. Divenne così indispensabile l’impiego dell’etichetta: le prime erano generiche, stampate su rettangoli di carta che riportavano solamente la tipologia del vino, ma con il perfezionarsi delle nuove tecniche di stampa, le etichette assunsero una vera e propria veste artistica ad opera di artigiani e pittori.

In Italia le etichette più antiche erano di produttori piemontesi (fornitori della Casa Savoia) e produttori siciliani.
Le etichette italiane dei XIX secolo non risaltavano la qualità del vino, ma concedevano ampio spazio alla fantasia con immagini che traevano spunto dalla vita contadina o dall’araldica e riproducendo stemmi o medaglie appartenenti alle famiglie produttrici.

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All’inizio del nostro secolo le etichette venivano decorate con paesaggi o personaggi pittoreschi, tipici della ricchezza ornamentale della Belle Époque. Questo almeno fino al 1950, anno in cui la legge impose un’etichetta più didascalica e descrittiva.

Con l’affermarsi della quadricromia, un nuovo processo di stampa, si incominciò ad utilizzare il cliché, in sostituzione della pietra nella litografia. Attraverso 4 o 5 impressioni tipografiche, si ottenevano impasti di colore che conferivano all’etichetta un aspetto smagliante. Successivamente, con l’avvento dell’offset, i colori assunsero un aspetto più opaco. L’etichetta divenne commerciale ma, da un punto di vista estetico, meno pregiata.
Ancora oggi alcune Case produttrici di vini preferiscono riproporre le immagini originali. La stampa accurata e spesso arricchita da rilievi in oro, conferisce ai loro prodotti prestigio e significato storico.

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Attualmente esiste una grande varietà di sistemi di realizzazione che utilizzano diversi materiali: alluminio, plastica, fino ad arrivare ad etichette che sembrano parte integrante della bottiglia.

È vero. Dall’antichità ad oggi tutto è cambiato. È rimasta però immutata la vera funzione delle etichette, ovvero quella di rendere riconoscibile una bottiglia di vino attraverso uno strumento identificabile ed unico.

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