I vitigni: Il Nebbiolo, il Re delle Langhe

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Il Nebbiolo è considerato uno dei più grandi vitigni rossi del panorama enologico mondiale. Come accade raramente, è in grado di coniugare potenza, eleganza, complessità aromatica e longevità. È un’uva autoctona del Piemonte, anche se sembra sia geneticamente molto simile anche ad antichi vitigni valtellinesi, sicuramente è un vitigno dalla forte territorialità.

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È coltivato soprattutto nella sua terra d’elezione, le Langhe, ma dona ottimi vini anche nell’alto Piemonte, a Carema e bassa Valle d’Aosta, in Valtellina e nell’enclave
sarda di Luras
.  In un mondo del vino sempre più globalizzato e internazionale, il Nebbiolo appare ostinatamente in controtendenza. I tentativi di coltivarlo altrove sono falliti quasi ovunque, o hanno prodotto vini di qualità decisamente inferiore rispetto ai piemontesi. Anche questo tratto d’indissolubile radicamento alle sue origini e alla sua storia, contribuisce ad aumentarne il fascino e il suo carattere unico e inimitabile.

Un vino dalla spiccata personalità, che incarna perfettamente il concetto di terroir tanto caro ai francesi. Clima, escursioni termiche, esposizione e altitudine delle vigne, composizione dei terreni, storia e cultura del territorio, sapiente lavoro di generazioni di vignaioli, si rispecchiano in un bicchiere di Nebbiolo.

Diverse le ipotesi sulle origini del nome. La parola Nebbiolo potrebbe derivare dalla pruina bianca che copre gli acini, o dalla sua maturazione tardiva, verso fine ottobre, quando le splendide colline delle Langhe sono spesso avvolte dalle nebbie. Le testimonianze storiche della coltivazione della vite in Piemonte sono antichissime. Ricordiamo che nei territori di Ghemme, dove il Nebbiolo è coltivato con il nome di Spanna, e che in epoca Romana era conosciuta come “pagus Agaminus”, è stata trovata una coppa in vetro datata IV sec. A.C, con la frase “Bibe vivas multis annis”. Possiamo inoltre trovare riferimenti alla coltivazione della vite e alla produzione del vino, anche negli scritti “Naturalis Historia” di Plinio il Vecchio e “De re rustica” di Columella.

Numerose sono poi le testimonianze d’epoca medioevale che confermano il tramandarsi
nei secoli della tradizione vinicola della regione. Tradizionalmente s’identificano tre diversi cloni di Nebbiolo Lampia, Rosé e Michet, anche se recentemente, quest’ultimo è considerato come una semplice variante di Lampia.

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Il grappolo del Nebbiolo è formato da acini di dimensione piuttosto piccola e molto fitti, con una buccia dal colore blu, spesso coperta da abbondante pruina. È un vitigno estremamente esigente dal punto di vista delle condizioni pedo-climatiche e dimostra una scarsa capacità di adattamento a clima e terreni diversi da quelli della sua zona d’origine. Ha un ciclo vegetativo molto lungo, germoglia precocemente, tra la metà e la fine del mese di aprile e giunge a piena maturazione piuttosto tardi, verso la seconda metà di ottobre. La pianta è vigorosa e necessita di molte cure e attenzioni durante il suo ciclo di vita, con ricorrenti cimature e sfoltiture. Preferisce le posizioni collinari a un’altitudine compresa tra i 200 e i 450 metri sul livello del mare, con esposizioni preferibilmente sud sud-ovest, ben riparate, che possano preservare le gemme dalle gelate primaverili. Sembra che le condizioni climatiche, definite dalle temperature, dall’umidità e nebbie, dalla ventilazone e dalle escursioni termiche stagionali e tra il giorno e la notte, siano assolutamente fondamentali per garantire una maturazione qualitativa dell’uva nebbiolo, forse ancor più della composizione dei terreni.

Nelle Langhe il Nebbiolo è coltivato su suoli composti da pregiate marne argillo-calcaree
con presenza di arenaria, che derivano dall’affioramento di un antichissimo fondale marino. Tuttavia il vitigno si è adattato molto bene anche ai suoli del vicino Roero, sempre di origine marina, ma più recenti e più ricchi di sabbie e sui suoli più ricchi di scheletro e rocciosi dell’alto Piemonte e della Valtellina. A seconda delle zone in cui è coltivato, il Nebbiolo esprime vini con interessanti sfumature, che evidenziano alcune peculiarità del terroir. Tuttavia, in generale possiamo dire che il nebbiolo riesce a unire grande eleganza e finezza con struttura e potenza.

Il colore è rosso rubino trasparente, che con l’invecchiamento vira verso il granato. Il profilo olfattivo esprime profumi di violetta, rosa appassitapiccoli frutti rossi, note eteree e nuances terziarie. Al palato ha grande struttura, con bouquet di rara finezza e complessità. Ha una buona acidità, e la trama tannica è importante, ma col tempo si fa sempre più setosa. La longevità è straordinaria e grazie all’affinamento, il bouquet si impreziosisce di sempre maggiori aromi e sentori con interessantissime evoluzioni.

Secondo la tradizione, la vinificazione si svolge con macerazioni piuttosto lunghe e invecchiamento per anni in botti grandi di rovere di Slavonia. Così fino all’arrivo dei Barolo boys”. Le nuove generazioni di alcuni grandi produttori delle langhe, che sull’onda di un certo standard internazionale, reso famoso da Robert Parker e James Suckling, negli anni ‘80/90, hanno cambiato il modo di produrre Barolo, con l’introduzione dell’uso delle barriques di rovere francese. Una querelle tra tradizionalisti e rivoluzionari del Barolo dai toni accesi, ma che ormai si è stemperata nel corso degli anni. Oggi la contrapposizione è meno netta e i confini tra i vari stili di Barolo sono diventati meno rigidi.  Le varie scuole di pensiero si sono fuse e contaminate in una visione meno rigida e ideologica. C’è spazio per tutti e ogni consumatore può scegliere lo stile di Barolo che preferisce.

Nelle Langhe, con il nebbiolo si producono due vini rossi tra i più famosi in assoluto: Il Barolo e il Barbaresco. Nonostante provengano da zone distanti pochi chilometri, esprimono caratteristiche diverse, più potente e strutturato il Barolo, più elegante, fine e meno tannico il Barbaresco. Nel Roero, il Nebbiolo si esprime con toni delicati, offrendo vini di più pronta bevibilità. Molto interessanti i vini dell’alto Piemonte: Lessona, Boca, Bramaterra, Fara, Sizzano, GhemmeGattinara. Sui terreni morenici di Ghemme, generati dal ritiro del ghiacciaio del Monte Rosa e costituiti da rocce e ghiaie di composizione estremamente varia, ricchissime di minerali, il Nebbiolo si esprime con un profilo molto fine, quasi etereo, con tannini morbidi, grande mineralità e sapidità.

La vicina Gattinara, invece, è caratterizzata da suoli acidi di antichissima origine vulcanica, ricchi di graniti e porfidi con importanti componenti ferrose. I suoi vini sono molto minerali, dal profilo severo e austero e di straordinaria longevità. Ai confini della Valle d’Aosta troviamo gli spettacolari vigneti di Carena, coltivati su terrazzamenti con pilastri in pietra, che sostengono le pergole vitate. Sono vigne a oltre 600 metri di altitudine, con forti escursioni termiche, che producono vini intensi strutturati, di grande eleganza e longevità. In Valle d’Aosta, il Nebbiolo è chiamato Picoutener ed è coltivato soprattutto a Donnas e Arnad Montjovet. Si tratta di viticoltura di montagna, difficile e faticosa, ma ripagata da vini che spiccano per finezza dei profumi, mineralità e freschezza. In Lombardia, il Nebbiolo, detto Chiavennasca, è coltivato sul versante della Valtellina esposto a mezzogiorno. Il forte irraggiamento solare e i suoli rocciosi danno al Nebbiolo potenza e struttura, con bouquet maturi e intensi, soprattutto nelle sottozone Inferno e Sassella.

Sempre con le uve Nebbiolo, appassite su graticci dei fruttai, in Valtellina si produce il famoso Sforzato, vino di grande concentrazione aromatica, con uno stile simile all’Amarone. Infine, l’unica esperienza significativa e qualitativamente rilevante di coltivazione di Nebbiolo fuori dalla zona storica, si trova in Sardegna. Per la precisione sui rilievi di graniti e argille di Luras in Gallura. Durante l’occupazione piemontese dell’Ottocento, in questa regione sono state infatti riscontrate quelle caratteristiche climatiche di temperatura, escursioni
termiche ventilazione e nebbie tanto care al nebbiolo. Un motivo in più per non fermarsi solo a Barolo e Barbaresco e scoprire gli altri volti di questo straordinario vitigno.

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